PETTO D’ANATRA ALLE VERDURE, CASTAGNE, ACETO BALSAMICO DI MODENA                      

di Pier Luigi Nanni

Dosi per quattro persone. -

Ingredienti:

450 gr. di petto d’anatra

 100 gr. di castagne secche

 250 gr. di verdure fresche di stagione

carota, sedano, zucchina, carciofo, peperone, cipolla

 2 cucchiai di brandy

 2 cucchiai di olio d’oliva extravergine

 sale/pepe bianco s.q.

Tempo di preparazione e cottura: 50 minuti.

Preparare le verdure a listarelle sottili, cioè a julienne, dorarle con un po’ di sale e l’olio d’oliva. Bollire le castagne con acqua, latte e sale, scolarle ed insaporirle col balsamico. In una padella cuocere il petto anatra con l’olio, pepe, sale e successivamente rosolarlo col brandy.

Quando tutti gli ingredienti sono pronti, posizionare le verdure al centro del piatto a mò di letto e sopra alcune fette di petto d’anatra: mettere le castagne intorno alla carne come una corona ed infine irrorare il tutto, molto delicatamente e senza eccedere, con l’aceto balsamico di Modena. Servire ben caldo. -

La dolcezza della carne e delle castagne ottimamente amalgamate con la sottigliezza del balsamico, ben si sposano con un buon rosso prodotto nel cuore della Toscana: MORELLINO DI SCANSANO DOCG. Netti profumi del vitigno, il sangiovese, con altrettanti aromi di frutta rossa boschiva molto matura e cotta, in confettura, elegante nel finale piacevolmente amarognolo, grande portanza. Stappare un’ora prima o due se invecchiato di 5-6 anni, servendo a 16-18 °C di temperatura in ampi cristalli.

Piacevole abbinamento con tale piatto, è senz’altro col campano TAURASI DOCG: grande carattere e complessità evolutiva di profumi con sapori nettamente fruttati e floreali, inoltre, evidente e lungo finale di spezie dolci, raffinato e di classe.

                                                      L’EVOLUZIONE DEL GUSTO 

                                                                                                                                                                              di Pier Luigi Nanni

                                                                                                 

Spesso ho riferito dell’abbinamento cibo-vino e del rapporto armonico fra questi due importanti elementi della nostra cultura alimentare: le vivande, il loro servizio ed il consumo. Cercherò di esporli diversificandoli, cioè trattandosi non di quello che si deve fare, bensì di ciò che non si deve fare in pratica. Il vino bianco col pesce e il rosso con le carni: questa è una codificazione entrata nell’uso comune che rappresenta soprattutto la logica del buon senso.

Buon senso che si ricollega e ripropone in definitiva cosa: la tradizione maturata attraverso l’esperienza ed ai cambiamenti del gusto dei nostri tempi. Un’evoluzione che continua grazie ad un accrescimento educativo del consumatore, alla migliorata qualità dei prodotti e della formazione professionale degli addetti ai lavori.

Un esempio può essere utile onde dimostrare quanto sopra:

in diverse occasioni ho dimostrato che l’equazione – pesce = vino bianco – è decisamente obsoleta. Attraverso iniziative mirate sono scaturite nuove e più complete esperienze che hanno tenuto conto di una vasta complessità di situazioni. La varietà e la composita gamma degli alimenti, la conoscenza dei modi di cucinarli, del dosaggio dei loro condimenti, delle salse, dei contorni e delle temperature, rappresentano infatti i veri ostacoli che si devono superare attraverso il giusto abbinamento.

Più complesse sono le preparazioni dei piatti e maggiormente arduo sarà avvicinargli il vino. Due sono gli elementi che ci guidano alla scelta del vino giusto: tradizione e logica, strade note che devono essere sempre percorse. Si ricordi che anche se le statistiche annunciano il calo dei consumi pro-capite del vino, aumentano costantemente coloro che affinano il modo di bere e di apprezzarlo, optando convinti per la qualità che è, a ragione, anche qualità di vita.

Un’arte dunque, che comprende sia il piacere di ritrovarsi attorno alla tavola per assaporare buoni cibi ed altrettanti vini, sia il trarne profitto dalle esperienze del passato per scoprire e scegliere ciò che è più gustoso e sano. La tradizione è rappresentata dalle esperienze che gli usi e costumi ci hanno tramandato: notizie, memorie, pazienti ricerche e ricette di cucina con profumi e gusti in parte andati perduti, considerando che anche i vini di allora erano differenti, sia per struttura che nelle caratteristiche organolettiche. Tutta la storia della nostra migliore cucina regionale è ricca di splendidi esempi di accostamenti di cibo e vino, ‘matrimoni’ che resistono tuttora alle mille innovazioni e difficoltà dei tempi moderni: non sempre tale unione viene giustamente considerata!

Alcuni classici contrasti con le norme che regolano il buon gusto e l’apprezzamento: con frutti di mare, specialmente se crudi, evitare assolutamente il limone e le macinate di pepe nero-rosa-bianco … e le salse. Le ostriche non sono da annegare nel limone o soffocare nel pepe, perché tali aromi così marcati deviano e mutano il sapore originario della fragranza marina; insalate di verdure crude e cotte condite con aceto o limone, si apprezzeranno se gustate da sole dopo la pietanza e ci si sentirà la bocca pulita se le accompagnerete con un sorso di acqua fresca; evitare di porre come spesso accade, pietanza ed insalata o altre verdure nello stesso piatto: questo ed altro ancora che dimentico.

Se tali disarmonie e negatività entrano nelle preparazioni, sarà necessario tenere in considerazione l’acidità, la tannicità e la debolezza del vino, onde regolarsi nella giusta scelta da accompagnare al piatto. Contrariamente a quanto succede coi semi di finocchio che troviamo sia in certi tipi di pane regionali che in alcune pietanze o salumi, partecipano a migliorare il gusto del vino, particolarmente il rosso, mentre il limone peggiora la situazione a causa dell’eccessiva acidità del suo succo e con l’amaro della buccia, così pure l’aceto, specialmente quello prodotto industrialmente. E ancora, a riguardo delle buone pastasciutte e risotti preparati col sugo che meglio vi aggrada, non offendiamole annegandole in un bicchier d’acqua addizionata di cloro, come consiglia qualche astemio dotato di non buon senso: si provi ad accompagnarle ‘naturalmente’, col loro vino giusto, ‘in amore’, e si noterà la differenza ….

La Cultura nella tavola: parte 2

FILETTO DI MAIALE IN CROSTA

di Pier Luigi Nanni

Dosi per quattro/sei porzioni.

- Ingredienti:

g. 800 di filetto di maiale in un unico pezzo

 1 rotolo di pasta sfoglia

1 cucchiaio di pasta di tartufo bianco ( oppure un trito di rosmarino e la parte magra di pancetta affumicata)

burro

sale e pepe q. b.

- Preparazione talmente semplice che anche il sottoscritto, alquanto negato per la cucina, è in grado di eseguire!

Eliminare le parti grasse della carne, peparla e spalmarla con la pasta di tartufo o col trito: importare, forare o fare piccole incisione sul filetto in modo tale che la pasta stessa o il trito possano penetrare all’interno ed insaporirlo. Avvolgere nella pasta sfoglia e sistemare in una teglia precedentemente imburrata: cuocere per circa 40 minuti in un forno già caldo a 190-200 °C.

- La facile preparazione non deve trarre in inganno sulle ricche e gustose caratteristiche, in quanto è un piatto saporito ed accattivante, per cui anche il vino dovrà possedere tali peculiarità: BARBERA DOC COLLI BOLOGNESI maturo di 2-3 anni è decisamente l’abbinamento perfetto: rosso rubino intenso tendente al cupo, ricco di aromi floreali quali la viola, di frutta sotto spirito e spezie dolci, caldo di alcol e gradevole retrogusto tendente all’amarognolo. Se invece si gradisce un altro grande rosso di fuori regione, consiglio il CHIANTI CLASSICO DOCG, gustoso e sapido, ricco di fragranze floreali e frutti di sottobosco, veramente un vino che risalta la grande enoicità del nostro paese.

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LOCANDINA 1° LIV. EPULAE (1)

La Cultura nella tavola: parte 1

 

                                 IL SIMPOSIO DEI GRECI

                                                

   

di Pier Luigi Nanni

 

    I greci dell’antica cultura delle città stati, erano il popolo dei tre pasti giornalieri: ariston – colazione mattutina, deipnon – pranzo del mezzogiorno e il dorpon – il desinare serale.

Potevano scegliere tra vivande abbastanza varie: zuppe, pesce, carne di bue, montone, agnello, maiale; selvaggina da pelo e da penna; legumi, formaggi freschi e stagionati; dolci a base di miele, latte, noci e farina, nonché frutta fresca.

I cuochi di Corinto, Atene, Tebe, Sparta, Rodi e della Magna Grecia quali Sibari, Crotone, Siracusa ed Eraklyon, facevano il resto gareggiando nel complicare sempre più le pietanze, in quanto l’ostentazione di ricchezza era ancora considerata buon gusto, mentre i liberi pensatori come Zenone – 490/430 a. C. – Socrate, 469/390 a. C. e Platone, 427/347 a. C. che monopolizzavano la saggezza di quei tempi, esortavano al simposio nel quale al godimento dei cibi e delle bevande, si accompagnavano quello delle musiche, dei canti ancestrali e della conversazione.

A significare l’importanza del convivio presso i greci, sono rimaste le espressioni epicureo, onde indicare tra i raffinati piaceri, particolarmente quello della tavola, di cui il filosofo Epicureo – 340/270 a. C. – si sarebbe reso protagonista, e sibarita, colui che si compiace delle raffinatezze conviviali di cui la città di Sibari ne aveva fatto un’arte fin dal VI° sec. a. C.

                                                                                   

LE PAPPARDELLE DEGLI ETRUSCHI

Stanziati nella fertile Toscana, gli etruschi furono tra i primi a trasformare il convivio in vera e propria arte.

Rispetto ai greci, più che di progresso nella composizione del menù, si trattava di una crescita nella qualità e nella quantità delle vivande, soprattutto nella coreografia che accompagnava i simposi, molto più raffinati.

Fece la sua comparsa, sembra il flauto, che col personale dolce suono, allietava i commensali, uomini e donne sontuosamente vestiti, se non addirittura spogliati e sdraiati su specie di letti detti klinai.

Il servizio era assicurato da giovinetti e fanciulle, spesso completamente nudi.

Il menù aveva fatto notevoli progressi avendo acquisito la braciola di maiale, le pappardelle di pasta e le crostate con uva matura o miele.

           LA SMODERATEZZA DEI ROMANI

I romani, allievi degli etruschi che rapidamente si affrettarono a distruggere, superarono largamente i loro maestri.

Infatti, trascorso il tempo in cui servi e padroni sedevano ad un parco desco comune, i romani, distrutta Cartagine, conquistatala Siciliae domata l’Asia Minore, aprirono sotto l’influsso della civiltà greco-orientale, l’epoca dei menù mirabolanti e scenografici impostati per impressionare gli invitati: menù destinati a rendere celebri soprattutto coloro che li avevano pagati! I patrizi facevano acrobazie per imbandire convitti sempre più fastosi, con la scusante di voler maggiormente onorare le divinità Gastrea e Comus, protettrici della gastronomia e del simposio: in realtà, per farsi un nome!

Giovenale racconta di famiglie che pignoravano persino i mobili e addirittura, in casi estremi per l’arrampicata sociale, vendevano i propri figli: il tutto per poter offrire banchetti agli amici e conoscenti.

Nobili come Fabio Gurgite e Licinio Grasso – 80 a. C -; attori come Clodio Esope e principi del foro quali Ortensio – 65 a. C. -; condottieri famosi come Antonio – 35 a. C. – e Lucullo – 58 a. C. -; persino imperatori quali Nerone – 68 d. C. -, Vitelio – 69 d. C. – ed Eliogabalo – 220 d. C. -, dilapidarono sia sostanze pubbliche, – già allora come oggi! – che private, in libagioni colossali.

La lista delle vivande comprendeva un antipasto assortito, una parvenza di primo, una seconda portata ed un terzo piatto tutti a base di carni varie, verdure e legumi; dolci, frutta fresca e secca. Invece che di pietanze, come erano parafrasate, sarebbe più giusto e corretto parlare di pasti!

Ogni piatto era composto di un poco di tutto, accompagnato con arte, spesso in forme architettoniche o teatrali, così che ogni portata era una rappresentazione a sé, qualcosa di perfetto e compiuto che non avrebbe richiesto, per costituire un lauto piatto, un primo o altro dopo.

Il vino servito era rigorosamente allungato: due parti appunto di vino e restante acqua fresca.

Tra il primo, il secondo ed il terzo piatto di portata, si osservavano intervalli abbastanza lunghi, durante i quali gli ospiti erano intrattenuti da spettacoli d’arte varia: canti, danze, scenette allegoriche e brani recitati, cui essi assistevano mollemente sdraiati sul ‘triclinum’.

Le posate erano costituite da una sorte di cucchiaio e dal coltello che si usava raramente, poiché il cibo era servito già tagliato in bocconi, e al posto della forchetta, una specie di grosso spillone il quale, sulle mense patrizie, era d’argento o d’oro.

Una singolarità: ciascun convitato si portava il proprio tovagliolo da casa!!

Anche se non possedeva cinque tonnellate di vasellame d’argento per la mensa, come pare avesse il tribuno Livio Druso nel 122 a.C., tuttavia il più famoso anfitrione fu certamente Trimalcione, personaggio letterario passato alla storia della gastronomia per il fasto smodato e straripante dei suoi banchetti.

Petronio, il suo creatore, nel Satyricon ci descrive appunto un banchetto che durò dal tramonto al canto del gallo. Fu una cena colossale che vide sfilare una serie innumerevole di portate e una, nello specifico, era rappresentata da ben dodici pietanze l’una diversa dall’altra e ciascuna di esse, per forma e natura degli ingredienti, si riferiva ad un segno zodiacale.

Come poi facessero i convitati a trangugiare tanta roba, lo spiega Cicerone in una lettera.

Riferendosi all’eterno nemico Giulio Cesare, si riporta che, come molti altri insigni personaggi del loro tempo “agèbat emotekèm”: vale a dire, che durante il banchetto si procurava più volte il vomito, in modo tale da poter mangiare la portata seguente. Alla faccia del ‘bon ton’!!!

L’enormità degli sprechi alimentari indusse sovente i legislatori a promulgare leggi che limitavano la moltitudine delle persone che era lecito invitare ad un banchetto, nonché il numero, la quantità e la qualità delle portate stesse che potevano costituire il menù.

Non mancavano altresì i doni munifici che l’anfitrione offriva al termine del convivio, a coloro che vi avevano partecipato in qualità di ospiti: Alessandro Magno il Macedone, in occasione di uno dei suoi vari banchetti nuziali, – 323 a.C. – aveva donato una tazza d’oro ad ognuno dei novemila invitati.

SALSICCIA GIALLA: SULZEZZA ZALA BOUNA E FINA

Ovvero, sapori mai dimenticati della bassa modenese

di Pier Luigi Nanni

    Alla continua ricerca di sapori e rarità gastronomiche della nostra italica e godereccia terra, mi imbatto in un curioso trattato alimentare del lontano 1547 inerente a dei particolari “salcizzotti zalli” presenti, nientemeno, che sulla tavola del signore di Modena, Alfonso II° d’Este, ma andiamo per ordine.

Gli “Statuta Civitas Mutine” del 1327, oltre ad includere voci di statuti duecenteschi ormai per sempre perduti, relazionano dei controlli, da parte del comune della città di Modena inerenti a quelli del Giudice delle Vettovaglie, sui “beccai, salsicciai e lardaiuoli” che successivamente avranno la loro personale ed autonoma corporazione nel 1547.

Il XVI° sec. porta ai modenesi di città e delle campagne, una gravosa carestia con relativa scarsità di cereali ma, strano a verificarsi, una decisa abbondanza di carne salata: carne suina trasformata in lardo salato, pancetta, prosciutto, salame, mortadella, coppa e salsiccia sia rossa che gialla. In particolare, per la produzione di quest’ultima, si devono utilizzare esclusivamente buona carne suina, mentre la tipologia gialla deve essere confezionata anche con buone spezie, zafferano, formaggio di forma e uova.

Come già accennato, in occasione delle nozze di Alfonso II° d’Este nel 1565, Modena fece avere al sovrano, oltre ad innumerevoli doni, anche un omaggio di generi alimentari vari, tra cui 17 chili di “salcizzotti zalli”: insaccato che gli scalchi ferraresi conoscevano molto bene per regolare approvvigionamento di questa costosa salsiccia gialla, aromatica e piccante, per la quale la città andava famosa.

Secondo una ricetta del primo ‘600, i lardaiuoli modenesi aggiungevano all’impasto base, oltre al sale ed al pepe in diverse proporzioni, zenzero, cannella, chiodi di garofano sottilmente tritati, zafferano e formaggio grana grattugiato finemente: zafferano e formaggio davano all’impasto la caratteristica colorazione giallastra.

Nei trattati di Messisbugo e di Tanara, siamo sempre nel 1500-‘600, si riporta la ricetta con qualche differenza quale l’introduzione di un pizzico di zenzero contenente un grano di muschio tritato finemente.

Anche i poemi eroicomici d’epoca la ricordano come sogno o come abbuffata o, addirittura, come importante omaggio, come riporta il Tassoni ne “La secchia rapita”, pubblicata a Parigi nel 1622, in cui più volte si cita la salsiccia fina tra una battaglia fra modenesi e bolognesi ed una sosta in taverna!

“…. L’oste dal Chiù, Zambon dal Moscatello,

facea tra gli altri una crudel ruina,

una zazzera avea da farinello,

senz’elmo in testa e senza capellina.

Si riscontrò con Sabatin Brunello,

primo inventor della salsiccia fina,

che gli tagliò quella testaccia riccia

con una pestarola da salsiccia….”

    Un “MUDARLIN”, cioè la singola porzione integra ancora nel budello di salsiccia gialla, arrostito alla brace, intinto nella mostarda ed accompagnato da uno spumeggiante vino rosso locale – l’antesignano dell’odierno e piacevole lambrusco? – è l’invito a dispetto della peste che imperversò verso il 1630 nel modenese, da parte di Bellerofonte Castaldi, poeta satirico ed alquanto godereccio, nella personale opera “In lode della salsiccia di Modena” composta in tale periodo, come inno carnevalesco di festeggiamento.

“….Evviva ancora la salsiccia fina

che fa si che Modena sia così nominata,

sebbene sia una città piccolina….”

    A Venezia, nel 1691, G. M. Mitelli pubblicò un “Gioco della cuccagna”, una sorta del più famoso gioco dell’oca, ma aventi venti case in cui sono rappresentate le prerogative gastronomiche di molte città d’Italia e Modena vi compare con la salsiccia.

La salsiccia gialla è calmierata a Modena ancora per tutto il ‘700, anche se l’utilizzo e consumo, forse, divenne costante nelle case popolari e non più, o quasi, presente nelle botteghe, fino al 1821, dopo di che se ne perdono completamente le tracce defilandosi così nell’oblio più completo.

Il pizzicagnolo Giuseppe Giusti, siamo nel 1862, prova a rifare la salsiccia fina col nome di “CERVELLATO DI MILANO”, stando a quanto riportato in uno specifico e molto dettagliato articolo sul periodico modenese “Il Difensore”. Si trovano citazioni poi in ricettari di casata anche se meno travolgenti in quanto aventi minimi riferimenti degli ingredienti utilizzati delle produzioni antecedenti.

La preparazione ed il relativo consumo di questa salsiccia decisamente unica, come già accennato, si perde completamente restandone solo un lontano ricordo e perché no, una godereccia illusione da apparire una irraggiungibile rimembranza. Ma nel 2005, finalmente, la salsiccia gialla fina rinasce al gusto contemporaneo ad opera, e merito, di Paolo Reggiani, giovane e brillante chef della bassa modenese, precisamente presso i laghi della già contea di Campogalliano, feudo estense, in quanto continuamente alla ricerca di quelle rare gustosità che la terra, immancabilmente, concede.

Ecco di seguito, riportate due semplici ma sicuramente gustose ricette gentilmente proposte dall’amico Paolo.

- POLENTINA DI CASTAGNE CON SALSICCIA GIALLA -

Ingredienti: 150 g. di farina di mais per polenta; 50 g. di farina di castagne del nostro appennino; 400 g. di salsiccia gialla; 50 g. di parmigiano reggiano grattugiato; 15 g. di burro; 5 marrons glacées; sale e pepe q.b.

- Mescolare le due tipologie di farine e stemperarle con acqua calda salata: procedere come per una normale polenta. A cottura completa, mantecarla col parmigiano ed il burro: tagliare la polenta e passare le fettine così ottenute dallo spessore di 1-2 cm., su una griglia e successivamente sistemarle in piatti singoli ponendo sopra ad ognuna un nodino di salsiccia gialla. Sbriciolare i marrons glacées e farli cadere a pioggia sui piatti stessi e servire immediatamente: la sapidità dell’insaccato è perfettamente bilanciata dalla dolcezza delle castagne, rendendo così il piatto decisamente unico e ricco di peculiarità.

 

- GRAMIGNA CON SALSICCIA GIALLA -

Ingredienti per quattro persone: 320 g. di gramigna fatta al torchio o con altro similare tipologia di formato; 150 g. salsiccia gialla; 1 cipolla gialla invernale; 30 g. di burro; poche gocce, a piacere, di aceto balsamico tradizionale di Modena; sale e pepe q.b.

- Dopo aver fatto stufare la cipolla nel burro fuso avendola precedentemente tagliata molto fine, aggiungere la salsiccia gialla: alzare la fiamma e cuocere per circa 15 minuti. Nel frattempo, cuocere la pasta in acqua salata e scolare al dente: successivamente, riporla nella padella insieme alla salsiccia e mantecare il tutto. Travasare in una zuppiera e dopo aver lasciato riposare qualche minuto, porzionare in piatti singoli e completare versando qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena.

BUON APPETITO!!!! E grazie allo Chef Reggiani

SPUMANTI: piacevoli e rare bollicine!

di Pier Luigi Nanni

    Oggigiorno, circa 800 aziende spumantistiche nell’italico territorio con almeno una produzione delle varie tipologie – Vini Spumanti di Qualità Prodotti in Regioni Determinate, Vino Spumante di Qualità ed il generico Vino Spumante -, per un totale di quasi 3100 etichette e, se si considerano anche i vini frizzanti, si raggiunge una dimensione produttiva di bollicine veramente incredibile!

Ma spumanti e frizzanti sono il medesimo prodotto enologico che cambiano solo nel nome, oppure hanno caratteristiche intrinseche personali ed uniche? A tale riguardo, anche se i consumi di bollicine sono sempre più in aumento, in quanto gradevoli e piacevoli poiché ravvivano ogni convivio, la differenza non è solo nella gustosità ed uve utilizzate, ma soprattutto sono le pratiche applicate per la produzione che permettono di evidenziare complessità nette e definitive.

 

Al bar si chiede un “frizzantino” senza specificarne la marca o, peggio ancora, la tipologia, per cui il calice che ci viene servito può essere uno spumante classico, o metodo charmat ed addirittura un vino reso tale dall’aggiunta di anidride carbonica, come per le acque minerali, in quanto tale “spumantizzazione” è ammessa dalle norme della C.E.

Tale discutibile calice che si porge a coloro la cui competenza enologica lascia a desiderare è, il più delle volte, un vino anonimo e di dubbia qualità, sicuramente gradevole per l’elevata presenza di bollicine, ma sicuramente discutibile per gli aromi ed i sentori: De gustibus non est disputandum.

Le differenze tra le sopraccitate tipologie di vini ricchi di bollicine, sono sostanzialmente minime ma determinanti per far si che si possano bere spumanti di qualità o solo una spropositata quantità di anidride carbonica.

Detto ciò, ritengo che un minimo di chiarezza tra le varie metodologie produttive sia d’uopo, onde in un futuro, spero molto prossimo, ordinare e gustare prodotti ottimi, di qualità e salubri.

 

Norme ministeriali definiscono “vino frizzante”, indipendentemente che sia bianco, rosato o rosso, secco, amabile o dolce, quando presenta il titolo afrometrico, cioè la pressione dell’anidride carbonica contenuta nella bottiglia, da 1 a 2,5 atm.: oltre e fino ad un massimo di circa 5,5 il vino si considera spumante.

La frizzantatura di un vino base, cioè completamente tranquillo, la si può ottenere in modi diversi, per cui l’effervescenza può essere naturale, o prodotta con particolari elaborazioni, ma sempre naturale e, come già accennato, aggiungendo al momento della tappatura, anidride carbonica.

Nel primo caso, dopo le varie operazioni per la preparazione del vino, si lascia all’interno dello stesso un consistente residuo zuccherino, in modo tale che si trasformi naturalmente in alcol etilico ed anidride carbonica.

Questo processo assolutamente naturale, è costantemente controllato al fine di ottenere il prodotto finale desiderato. Dopo purificazioni e filtrazioni, il vino è imbottigliato in ambiente isobarico, cioè con la sola presenza di CO2 ed avviato al mercato.

L’altro metodo, sempre naturale, per ottenere un’ottima e persistente frizzantatura, è l’utilizzo di particolari contenitori ermetici e termo-regolati – autoclavi – che con l’aggiunta di lieviti selezionati e zucchero d’uva, “aiutano e regolarizzano” tale processo.

Le bollicine così ottenute, sono uniformi e mai eccessivamente voluminose, ottima persistenza e notevole piacevolezza al palato, in quanto evidenziano le caratteristiche delle uve del o dei vitigni utilizzati, in quanto ne sono stimolate. Questo metodo prende il nome dal francese Charmat che agli inizi del ‘900 perfezionò il processo produttivo inventato da Martinotti il quale non è riuscito a “completare” tale ciclo.

 

- BOLLICINE…. DI STORIA

Nel 1851 sono avvenuti i primi tentativi per rendere più celere l’operazione di spumantizzazione del metodo champenois, che in Italia attualmente si chiama “classico”.

Del problema si interessarono Daumené, Konig e Martinotti stesso, ma fu Charmat a rendere il processo funzionale ed applicabile all’industria dei vini spumanti. Ma sono necessarie ancora alcune modifiche che le apportò Carpené, il quale inserì nel complesso ciclo produttivo, un innovativo metodo di pastorizzazione del prodotto in bottiglia a temperatura controllata.

Così è nato il “Metodo Charmat” a spumantizzazione rapida, in quanto la presa di spuma, cioè la formazione delle bollicine, avviene in un contenitore ermetico ed in assenza di aria, poiché l’anidride carbonica prodotta dal vino base non può essere espulsa, viene assorbita dal vino stesso che consentirà un’ulteriore formazione della stessa, arricchendo così sempre più il vino che successivamente è imbottigliato.

Gli spumanti ottenuti con questo metodo, se secchi e leggeri di corpo e delicati, con evidenti note di frutta bianca acerba, sono graditi aperitivi e per incontri conviviali accompagnano ottimamente tartine, canapè, pizzette, bocconcini di parmigiano ed i gustosi salumi di cui l’Italia è famosa produttrice. Si sposano perfettamente con antipasti di pesce dal gusto non troppo marcato, verdure e formaggi freschi, minestre anche leggermente salsate e speziate, oppure primi con intingoli bianchi sia di pesce che carni; per le seconde portate, è ideale per fritture e grigliate di pesce, poiché la buona freschezza ammorbidisce l’eccesso di grassezza e l’eventuale amarognolo della cottura.

Il vino che ha avuto la massima espressione qualitativa da tale metodo, sono le varie tipologie del “prosecco” che nel Veneto con le zone tipiche di Conegliano, Valdobbiadene e Colli Asolani, si ottengono prodotti veramente unici e ricchi di peculiarità. Il prosecco “tipico”, cioè il primo da cui poi successivamente sono state elaborate altre tipologie, presenta un gradevolissimo profumo di banana!

Servire alla temperatura di 8-9 °C in luminosi flute stappando al momento.

Altra zona in cui questa elaborazione è molto applicata, è l’astigiano. Nella provincia di Asti, dalle uve di moscato bianco di Canelli si produce il moscato DOCG, in varie tipologie quali, dolce naturale, frizzante e spumante appunto, sia col metodo charm che classico. Si presenta giallo paglierino dorato scarico, brillante, perlage minuto e persistente, tipico profumo varietale, intenso e netto, fine; al palato è dolce dai caratteristici sentori primari aromatici del vitigno, fresco e di media struttura, gradevole.

Con frutta fresca, dolci da forno e pasticceria secca, è un degno finale per ogni convivio.

Stappare al momento e servire in coppa alla temperatura di 9-10 °C.

Sempre in questa provincia, si produce un altro piacevolissimo vino da fine pasto: Brachetto d’Acqui.

Ottenuto dal vitigno omonimo, è rosso rubino con brillanti riflessi porpora; profumi di fiori e frutta rossa di bosco, soprattutto fragoline e lamponi, aromatico, di buona intensità e persistenza; dolce dalla marcata freschezza in cui gli aromi del vitigno sono evidenti e piacevoli, raffinato e di classe.

Ottimo con insalate di frutta e macedonie, crostate di frutta rossa, dolci da forno e pasticceria secca, se servito al 9-10 °C in coppa e stappato al momento.

 

Passiamo al vino simbolo di convivialità, allegria e gioia di vivere: lo champagne!

Lo champagne ha origine, secondo la tradizione, dal celliere dell’Abbazia di Hautvillers, Dom Perignon (1638-1715), anche se, in verità, non si sa a chi far risalire l’idea della rifermentazione del vino in bottiglia.

A lui si devono varie intuizioni per la preparazione di quello che in futuro diverrà il vino principe delle feste e della gaiezza. Ma pratica e perspicacia non sono sufficienti a far si che il vino divenga come, o quasi, lo conosciamo ora. Contribuirono anche due grandi scienziati, Lavoisier, che definì il fenomeno della fermentazione e Pasteur che quasi un secolo dopo (1880) dimostrò il processo della fermentazione alcolica.

Dal 1994, la C.E. ha deciso che il termine “metodo champenois” sia riservato esclusivamente allo champagne prodotto nella regione omonima. Il processo di attuazione di tale procedimento, cioè la rifermentazione in bottiglia, è UGUALE in tutto il mondo, per cui cambia solo il nome di riconoscimento ed in Italia, già accennato, si chiama “Metodo Classico”.

I vari passaggi dal vino base al prodotto pronto per essere immesso al mercato, se eseguiti correttamente, consentiranno successivamente di gustare uno champagne o spumante classico, di notevoli qualità e piacevolezza.

Il vino base viene posto in un grande contenitore di acciaio a cui si aggiungono i lieviti selezionati e la “liqueur de tirage”, aventi la primaria funzione, appunto, di far rifermentare il vino. Il vino così miscelato uniformemente, viene imbottigliato e chiuso con un tappo metallico a corona, cioè quello per certe bottiglie in vetro di acqua minerale e sottostante si inserisce un particolare contenitore detto “bidule”: ha lo scopo di conservare i residui degli agenti che terminate le attività, diverranno inerti.

Le bottiglie sono accatastate per favorire la “presa di spuma”, cioè l’aumento dell’anidride carbonica e del titolo alcolometrico. Al termine della fermentazione, la catasta viene smontata ed ogni bottiglia viene smossa impugnandola per il collo, in modo tale da riportare in sospensione il sedimento e facilitando così il passaggio di gusti e profumi allo spumante stesso, poiché l’iniziale vino è diventato tale.

Terminata questa prima fase della lavorazione, il sedimento deve essere allontanato, perché al termine del ciclo produttivo, lo spumante deve presentarsi, ovviamente, limpido: per ottenere ciò, le bottiglie sono poste su dei particolari cavalletti dotati di fori svasati – pupitres -. Sulle bottiglie così infilate, si eseguono varie operazioni quali, la rotazione di 1/4 di giro e l’inclinazione della stessa: al termine delle quattro rotazioni previste, la bottiglia si presenterà quasi verticale, per cui tutti i sedimenti sono contenuti nella “bidule”.

Attualmente, tutti queste ultime operazioni, sono eseguite tramite macchine automatiche – giropallets -, in tempi minori e senza influire sulla qualità. Concluso il “remuage”, le bottiglie non possono essere più rovesciate, poiché il sedimento tornerebbe in sospensione, perciò vengono conservate “in punta”, a testa in giù infilate l’una nel fondo dell’altra, fino al momento della sboccatura – degorgement -, cioè l’eliminazione del sedimento stesso.

La moderna spumantizzazione prevede di porre il collo della bottiglia in un apposito macchinario contenente un bagno di salamoia refrigerato a circa -20 °C: con tale modo viene ghiacciata l’intera porzione di vino che entra in contatto col refrigerante formando così un manicotto di ghiaccio che ingloba l’intero sedimento. Così facendo, la temperatura di tutto il vino si abbassa repentinamente, per cui al momento della stappatura si ha uno spumeggiare alquanto limitato e la pressione interna provoca l’espulsione del manicotto di ghiaccio rendendo finalmente lo spumante perfettamente limpido!

Poiché la bottiglia deve essere immediatamente rabboccata, si inserisce una particolare miscela, di cui ogni casa spumantistica custodisce gelosamente la composizione – liqueur d’expedition -, che permetterà di determinare la tipologia dello spumante, ed in considerazione della percentuale degli zuccheri, diverrà “extra brut, brut, extra dry, dry, demi sec o dolce”. Per ultima, avviene la tappatura con tappo rigorosamente di sughero, la vestizione definitiva della bottiglia e successivamente avviata al mercato.

 

Come si è potuto notare, le bollicine prodotte con tali tecniche, sono assolutamente diverse le une dalle altre, per cui quelle del frizzantino sono si gradevoli e continuamente richieste, ma non hanno paragone con le stesse ottenute da una spumantizzazione naturale, in quanto evolute, complesse ed avvolgenti nelle loro ricche peculiarità.

Bere un calice di vino frizzante o di spumante, deve essere un atto d’amore e di considerazione verso se stessi.

Dal mattino fino alle ore piccole della notte, in compagnia di amici, in enoteche e nei wine-bar sempre più attenti ai gusti dei clienti in quanto il vino è servito a regola d’arte, è un idilliaco attimo se a tutto ciò vi è anche la qualità.

Le bollicine sono per tutte le ore del giorno, vini incredibilmente vivi ed allegri, ma purtroppo ancora alla ricerca di una sua definitiva immagine che ne tuteli qualità e prestigio. Vini troppo spesso confusi per la “somiglianza” delle caratteristiche ma assolutamente unici e diversi che evidenziano personali note: qualunque tipologia di bollicine si prediliga, è determinante la consapevolezza di “cosa e come” si beve, onde apprezzarne appieno storia, cultura e la dedizione con cui sono prodotti.

 

La sinergia di fattori assolutamente naturali oltre al clima stesso, tipologia del terreno, latitudine, posizione collinare o meno, vitigni utilizzati e per ultimo, ma non d’importanza, la mano dell’uomo che interagisce su tutto ciò, fanno un prodotto diverso di anno in anno.

Il piacevole frizzante, il delicato spumante metodo charmat ed il prepotente e corposo brut classico, devono essere considerati per i valori che ognuno rappresenta e non ordinare “un frizzante qualsiasi”: se le aziende cercano di migliorare sempre più i loro prodotti, allora, perché noi, consumatori ed eterni assetati non facciamo altrettanto? Bastano poche e semplici parole a che ci serve il vino, perché capisca che vogliamo bere delle bollicine gustose, sane e non più anonime. Prosit.

 

La Cultura del buon vivere 3

 

Bologna, gennaio 2011

Questa terza pubblicazione, che abbiamo il piacere di presentare, è una “dichiarazione d’amore” a Bologna, città unica e, senza ombra di dubbio, tra le più belle e originali d’Italia. Il suo centro storico, per esempio, dall’inconfondibile colore “rosso mattone” è uno dei più ben conservati d’Europa e, per estensione, il secondo fra quelli italiani dopo Venezia. Tra le tante bellezze che lo impreziosiscono sicuramente i portici ne costituiscono la ca- ratteristica peculiare. Chi visita la città felsinea per la prima volta rimane infatti sempre affascinato dai chilometri di arcate che sembrano avvolgerla amorevolmente. Comparse nel medioevo, come soluzione per ampliare le abitazioni entro le cinta murarie urbane in un periodo di crescita della popolazione, oggi hanno un’estensione di ben 42 chilo- metri. Il portico più lungo di Bologna e del mondo è composto di 666 archi e si inerpica per 3 chilometri e mezzo sul Colle della Guardia sino a raggiungere il santuario della Madonna di San Luca, altro simbolo caro ai bolognesi e continua meta di pellegrinaggi. In mezzo alle caratteristiche peculiari di Bologna, credo di poter inserire – forse con un pizzico di presunzione, ma certamente con molto orgoglio – il “Club Apostoli della Ta- gliatella”. Con le sue numerose manifestazioni eno-gastronomiche e con le iniziative di solidarietà rivolte ad Associazioni cittadine, il Club è divenuto nel tempo un importante punto di riferimento per la vita e il turismo bolognese: esaltando e stimolando la risto- razione petroniana a diventare ancora più grande e sempre più ambasciatrice della “bo- lognesità” nel mondo, ma anche ricercando costantemente il connubio tra il profumo del passato (fatto di cultura, sapori e tradizioni popolari) con gli ingredienti creativi e attuali della gastronomia di oggi.

Il nostro Club crede nei valori. Quei valori trasmessi di generazione in generazione, dalle grandi famiglie patriarcali, attorno a grandi tavoli, dove l’esistenza si svolgeva accompagnata dai profumi della cucina antica e casereccia, sempre grata ai prodotti meravigliosi della nostra terra, presenti in ogni ricorrenza – quotidiana e straordinaria – della vita.

Il “Club Apostoli della Tagliatella”, ringrazia di cuore gli enti pubblici e le aziende del territorio, che hanno contribuito alla realizzazione di questo, speriamo gradito, volume.

Francesco Droghetti

Presidente Club Apostoli della Tagliatella